Nonostante i successi numerici, una parte del web si è trovata scontenta con le serie Marvel su Disney+. Come risolvere questo problema?

L’arrivo delle serie TV targate Marvel Studios su Disney+ ha reso entusiasti moltissimi appassionati sin dai primi annunci. La possibilità di vedere le avventure degli eroi seguiti sul grande schermo trasposte in un formato episodico con un budget cinematografico suonava come la più grande benedizione per i fan, con tanto di possibilità di liberarsi dalle formule cinematografiche hollywoodiane e lavorare fortemente sui possibili generi e toni offerti dalle libertà derivata dal lavorare su una piattaforma non di proprietà di terze parti… Ma secondo chi vi scrive, ciò che è stato rilasciato si è rivelato l’opposto delle aspettative.

WandaVision, The Falcon and The Winter Soldier, Loki, Hawkeye e Moon Knight condividono un problema, che in questo speciale abbiamo cercato di localizzare, per poi pensare a come risolverlo.

Il numero (e la durata) degli episodi

La lamentela più comune riguarda il formato delle serie, che sostanzialmente si divide in due formule: i classici sei episodi con durate variabili, dai 40 ai 53 minuti — sempre tenendo conto dei titoli di coda — oppure nove episodi della durata di 25/30 minuti, come per WandaVision e She-Hulk: Attorney At Law.

Secondo molti, questo formato sarebbe ciò che sta trattenendo le serie dallo sbocciare definitivamente, ma fondamentalmente si sono create due linee di pensiero ben distinte: da una parte c’è chi dice che le serie siano troppo annacquate, mentre dall’altra c’è chi invece le reputa fin troppo frettolose.

Queste critiche vengono fatte per le stesse serie e addirittura per gli stessi episodi (senza contare il punto debole per eccellenza, ovvero i finali, di cui parleremo in seguito), ma dov’è la verità? Nel mezzo, come sempre.

Il formato da sei episodi non è di per sé disfunzionale, ma il problema è che le serie non sembrano essere scritte per lavorare al meglio con tale formato.

Va tenuto conto che, soprattutto dopo più di un anno di “rodaggio”, non è possibile che le serie sembrino ancora scritte per tredici puntate o tre puntate, per poi essere ristrette o annacquate a seconda delle esigenze, in quanto già di partenza gli autori sanno quanto tempo avranno a disposizione (essendo imposto dai Marvel Studios).

Quante volte ci siamo trovati di fronte a episodi con un ritmo eccessivamente lento e con una scarsa progressione della trama (nonostante tanti punti positivi, sia chiaro) seguiti da un finale di stagione sbrigativo e così denso di eventi da non riuscire a concedergli il giusto spazio?

Assistere a momenti ”morti” o scene che non portano avanti la trama principale in un format del genere è certamente problematico, mentre in serie standard da tredici o più episodi è del tutto comprensibile.

L’idea alla base delle serie.

Un problema che abbiamo trovato è relativo alla gestione di queste serie, che vengono viste tutte come un evento, un qualcosa che deve in primis lavorare con l’entusiasmo derivato dal fare un altro passo avanti nella grande narrativa dei Marvel Studios, aggiungendo un altro pezzo al puzzle, solo per poi lavorare sui protagonisti. Non c’è nulla di male nell’allargare l’arazzo dell’MCU, ma mettere ciò al primo posto fa risultare le storie raccontate molto meno naturali rispetto a quanto fatto in passato con i film.

Loki ha l’ambizioso compito di introdurre il Multiverso, Moon Knight approfondisce la cultura e le divinità egizie, introducendo (per ammissione del regista) anche il lato occulto dell’MCU, WandaVision getta pesantemente le basi per la storia narrata in Doctor Strange nel Multiverso della Follia e così via.

In alcuni casi, sembra che le serie non siano state realizzate per approfondire i protagonisti — nonostante il buon lavoro di scrittura nella loro decostruzione e nello studio del personaggio, uno degli elementi migliori e di maggior impatto — bensì per aggiungere un altro pezzo al puzzle.

Il paragone con i film

Iron Man, L’Incredibile Hulk, Iron Man 2, Thor, Captain America – Il Primo Vendicatore ed infine The Avengers resero l’universo condiviso un luogo ricco e vasto, pronto ad espandersi su più territori con i futuri Doctor Strange, Guardiani della Galassia, Spider-Man: Homecoming e tanti altri, grazie però al lavoro fatto sui protagonisti, non tanto all’avanzare l’universo, creando comunque un evento attorno al nuovo risvolto della narrativa unita.

Vedere Iron Man ci faceva sapere di cosa potesse essere capace un futurista del ventunesimo secolo costantemente sotto gli occhi del mondo, intento a cambiare il cammino della propria vita. Seguire L’Incredibile Hulk ci ha dato modo di dare un occhiata dietro le quinte: cosa farebbe il governo dopo aver accidentalmente creato un essere dalla forza straordinaria, ma incontrollabile? E come sarebbe la vita per l’uomo maledetto da questo potere? Iron Man 2 ci ha fatto vedere come il suddetto futurista sarebbe potuto venire a patti con l’esponenziale aumento della sua già smodata fama, mostrandoci che il succitato governo nasconde anche degli assi nella manica, delle spie che tengono d’occhio gli eroi, desiderose di lavorare assieme a loro. Thor ci ha mostrato che i miti e le leggende possono essere reali, Captain America – Il Primo Vendicatore ci ha raccontato la storia del primo supereroe, tutto avvenuto rigorosamente in un solo universo, che andava a portare assieme questi esseri straordinari, per scoprire assieme a noi pubblico di cosa sarebbero stati in grado avessero potuto lavorare insieme.

Non che i film citati funzionassero sempre al 100%, ma l’arricchimento dell’universo risultava decisamente più naturale, in quanto la forma mentis della mente produttiva dietro l’intero Universo Cinematografico Marvel, Kevin Feige, era rappresentata da una semplice ma efficace dichiarazione da lui rilasciata:

Quando abbiamo iniziato a produrre questi film, avevamo un progetto in mente [The Avengers, ndr.] ma non volevamo concentrarci su quello. Volevamo dare il massimo per ogni film, e speravamo che il successo delle pellicole ci avrebbe premiato e che il pubblico ci avrebbe seguito in questo progetto folle.

Non sapevamo se saremmo riusciti a realizzarlo. Soltanto con L’Incredibile Hulk la gente ha iniziato a capire che questi film erano collegati. Era una cosa nuova all’epoca. E penso che il vero successo dei nostri film sia che sono semplicemente delle belle storie… Certo, sono collegate l’una con l’altra da piccoli easter egg, ma sono essenzialmente delle storie interessanti.

Quindi, il problema del formato non riguarda tanto il numero degli episodi o il minutaggio in sé, ma la mentalità dietro la narrazione.

Certo, i protagonisti sono indiscutibilmente quelli accreditati nei titoli, ma se ogni serie non avesse dovuto avanzare l’universo come primo obiettivo, le storie raccontate sarebbero state narrate nello stesso modo? O sarebbero state persino state le stesse? Non possiamo saperlo per certo, ma non è difficile immaginare che le cose sarebbero potute decisamente essere diverse, anche senza l’ausilio dell’Osservatore (Jeffrey Wright).

Ricordiamo che, giusto per fare un esempio, nella prima versione proposta dai Marvel Studios, Loki avrebbe mostrato semplicemente il protagonista viaggiare nel tempo e nello spazio cercando di influenzare il corso della storia (come recitava la prima descrizione della serie e come confermato dal primo concept). Successivamente è subentrato il Multiverso e la serie è stata completamente stravolta, introducendo la Time Variance Authority e gettando le basi per il futuro dell’MCU grazie alla presenza di Colui che Rimane.

Il vero problema delle serie Marvel su Disney+

Ora è il momento di spostarci su quello che, secondo chi vi scrive, è l’effettivo problema che si cela dietro queste serie: la formula.

All’inizio dell’articolo abbiamo parlato delle speranze riguardo la “possibilità di liberarsi dalle formule cinematografiche hollywoodiane e lavorare fortemente sui possibili generi e toni offerti dalle libertà derivata dal lavorare su una piattaforma non di proprietà di terze parti”, soffermandoci sul formato episodico… ma come detto, sembra sia avvenuto l’esatto opposto.

Lasciatevi illustrare una trama senza specificare troppo sulla serie in questione: un protagonista/una protagonista/dei protagonisti si ritrovano in una situazione inattesa, che cambia quello che speravano fosse lo svolgimento delle loro vite. La causa riguarda una persona, a capo di più persone, e chi si trova al centro della narrativa dovrà muoversi tra più location per cercare di rallentare, ed infine fermare il piano malefico di turno, il tutto condito da un qualche genere narrativo come base di ispirazione.

Sempre secondo chi vi scrive, la descrizione è perfettamente calzante per pressoché tutte le serie rilasciate dai Marvel Studios, al momento della scrittura di questo articolo (forse ad eccezione di What If…?, che però soffre di diverse problematiche riguardo l’inconsistenza tecnica e narrativa).

L’antagonista e il grande complotto

Ogni serie ci presenta dei volti noti dell’MCU o qualcuno collegato ad essi (il che non è assolutamente problematico), catapultati in uno scenario nel quale devono fermare un proverbiale “complotto”, orchestrato da un gruppo di persone spesso controllato da un villain, ma anche quando ciò non avviene, il villain spunta comunque alla fine per rivelare la sua presenza dietro le quinte.

Che si tratti di Colui che Rimane intento a creare una propaganda tramite informazioni fittizie fornite agli inconsapevoli schiavi intenti a lavorare alla T.V.A., di Karli Morgenthau (Erin Kellyman) a capo dei Flag Smashers, di Arthur Harrow (Ethan Hawke) a capo dei “servi” di Ammit, o del doppio problema creato dalle orchestrazioni di Agatha Harkness (Kathryn Hahn) e della minaccia dello S.W.O.R.D per Wanda Maximoff (Elizabeth Olsen), o addirittura delle orchestrazioni di Eleanor Bishop (Vera Farmiga) e della minaccia della Tracksuit Mafia gestita da Echo (Alaqua Cox), a sua volta al soldo del Kingpin (Vincent D’Onofrio), tutte le serie finora viste rivelano un modello che riguarda il far trovare i nostri protagonisti in uno scenario nel quale dovranno lavorare esclusivamente per fermare il complotto dei villain spostandosi tra varie location.

A volte faranno un passo avanti per metterli in difficoltà, a volte finirà in parità, verso la fine la situazione si farà seria, a volte tutto sembrerà perduto, ma in fine riscopriranno il proprio io, magari con indosso un nuovo sgargiante costume, sconfiggendo gli avversari… tutto questo condito dalle ispirazioni ad un genere narrativo, che si tratti di sit-com, del viaggio fantascientifico alla Doctor Who, della avventura alla Indiana Jones, dello spy-thriller alla Jason Bourne o della action-comedy natalizia alla Shane Black.

Lo stesso tono però non si percepisce mai completamente all’interno della serie, che prima o poi si evolve, diventando molto più vicino ad una produzione classica action vista al cinema.

Hanno un aspetto diverso e lavorano con determinati manierismi, ma non avrete mai problemi a pensare che queste serie possano tranquillamente avvenire in contemporanea con i film dei Marvel Studios che dimostrano minor identità rispetto agli altri, o in altre parole: non si impegnano veramente sul lavorare col genere che hanno scelto.

Questa formula è quindi di per sé il problema di tutte queste serie? In un certo senso sì, ma c’è dell’altro.

Oscar Isaac as Marc Spector in Marvel Studios' MOON KNIGHT, exclusively on Disney+. Photo by Gabor Kotschy. ©Marvel Studios 2022. All Rights Reserved.

Ciò che le serie dovrebbero fare (e ciò che stanno cercando di fare)

Questa struttura che le serie seguono suona però familiare. Certo: se ridotta all’osso diversi tipi di storie possono farne parte, ma c’è una serie, anch’essa esclusiva di Disney+, anche se non Marvel, che sembra insospettabilmente seguire la stessa formula, senza però essere colpevole degli stessi peccati redarguiti alle serie dei Marvel Studios, un prodotto spesso imitato ma mai propriamente replicato: The Mandalorian.

Se ci si fa caso, lo svolgersi degli eventi è lo stesso. Il nostro protagonista, il Mandaloriano, viene trascinato in una situazione che sconvolge il percorso della sua vita. Nel viaggio che dovrà compiere, dovrà spostarsi tra diverse location per cercare di arrestare, o al limite rallentare, un piano malefico orchestrato da una mente a capo di un gruppo di persone. A volte riusciranno a mettere un freno alle loro macchinazioni, a volte finirà in parità, verso la fine la situazione si farà seria, a volte tutto sembrerà perduto, ma alla fine il nostro eroe e i suoi alleati riusciranno a porre fine, almeno per quella stagione, alla minaccia.

Qual è però la differenza fondante? Perché il tentativo di replicare la formula dietro The Mandalorian dei Marvel Studios non va a buon fine? Per il più semplice dei motivi, un motivo legato a ciò che viene visto sia come una forza che come un difetto della serie incentrata sul Mandaloriano più amato di sempre: The Mandalorian lavora con impegno sulla sua premessa.

SWCC 2019: See New Photos from The Mandalorian | StarWars.com

La serie non è solo in salsa western, è un western. Il protagonista è un cowboy cacciatore di taglie accompagnato da tutto ciò che potrebbe circondare un personaggio del genere, tenendo saldamente i piedi ancorati nell’universo di Star Wars, vendendolo però attraverso la lente western, anche dal punto di vista tecnico (tra musiche e inquadrature). Persino nell’episodio della seconda stagione “La Jedi”, puntata che vede l’introduzione live-action dell’amatissimo personaggio di Ahsoka Tano (Rosario Dawson), la quale è chiaramente calata in un contesto ispirato fortemente alle storie di Samurai, spicca la differenza tra la lente applicata a Mando e quella degli avvenimenti di Ahsoka. Il nostro pistolero solitario incontra una samurai e la storia non perde mai di vista questo fatto. Non c’è bisogno che la serie lavori su un tono più vicino a quello delle produzioni cinematografiche di Star Wars, condendo il tutto da qualche stilema western, perché nonostante la forte differenza tonale sappiamo per certo che le avventure del Mandaloriano avvengono nella Galassia lontana lontana.

Inoltre va tenuto conto di un altro elemento fondamentale che gioverebbe alle serie Marvel su Disney+: ogni episodio di The Mandalorian è ricco di avvenimenti. Il ritmo non si fa mai eccessivamente lento o frettoloso, perché la serie tiene conto sia della propria natura episodica, che della moderna esigenza di avere una trama orizzontale, lavorando su entrambe allo stesso tempo. Abbiamo la minaccia della rinascita dell’Impero sullo sfondo (la quale diventerà fondamentale per la narrativa verso la fine della serie), ma in ogni puntata c’è un diverso problema da risolvere, qualcuno da aiutare, un qualcosa di unico da fare nella location che si va a visitare.

Per molti questo è un problema, in quanto ricorda di più la struttura narrativa videoludica che quella che comunemente associamo alle serie, ma va anche detto che il livello d’intrattenimento derivato da questa struttura è indiscutibilmente più alto rispetto alle serie Marvel.

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Un altro grande problema: i finali di stagione

La struttura delle serie targate Marvel Studios si limita a far avanzare i protagonisti verso un’unica trama nella quale si vanno lentamente ad inserire tanti elementi, arrivando a dei finali spesso sottotono, che trasmettono la sensazione di tanti ingredienti da gestire in troppo poco tempo, portandoci – permetteteci un esempio culinario – ad un “piatto” spesso fatto in fretta e furia, cucinato e confezionato all’ultimo minuto.

Potenzialmente sarebbe intrigante l’idea di espandere il finale di stagione, proponendo una conclusione narrata in due episodi (proprio come la prima stagione di The Mandalorian) e non in uno, in modo da aggiungere più pathos e tensione ed al tempo stesso prendersi più tempo per approfondire i vari elementi.

Nel caso di Moon Knight, abbiamo il piano Arthur Arrow ed il suo scontro con l’Enneade, la “rinascita” di Marc Spector ed il ricongiungimento con Steven Grant, la nascita di Ammit ed il suo scontro con Khonshu, il debutto di Scarlet Scarab ed il classico combattimento finale, senza contare l’introduzione della terza personalità ovvero Jake Lockley…  tutto questo in meno di 40 minuti, decisamente pochi per dar vita ad una conclusione soddisfacente.

Espandendo il discorso, e se le serie dei Marvel Studios seguissero un altro modello narrativo? Se lo spostarsi dei nostri personaggi riguardasse qualcosa di collaterale o persino scollegato dalla grande minaccia principale, andando però ad unire le fila solo verso il finale, dandoci modo di vedere come LokiWandaMoon Knight, Capitan America e Soldato d’Inverno ed i due Occhio di Falco si comportino durante varie avventure ed in vari scenari senza per forza dover correre da una zona all’altra per fermare il complotto di turno?

Pensate al Mandaloriano: anche se i suoi episodi non affrontano sempre una trama centrale, ogni qual volta che visita un pianeta o accetta un incarico, lo vediamo rapportarsi ad una minaccia differente, con un percorso di crescita costante che va a culminare nei finali di stagione.

Questo trasmetterebbe l’esperienza episodica tipica dei fumetti, facendoci conoscere i vari personaggi più profondamente di quanto un film potrebbe mai fare, ma anche di quanto il muoversi attraverso una sola ed unica trama potrebbe fare.

E se i generi fossero così ancorati nelle serie da farci pensare ”Ma davvero questo è l’MCU?” non solo nei primi episodi (basti pensare a Moon Knight o WandaVision), ma per l’intera trama?

Non è detto che questo cambiamento porti a dei capolavori, ma di certo ciò suona come qualcosa che può decisamente intrattenere maggiormente e risultare più appagante per i fan dei personaggi in scena.

Le serie hanno fatto un ottimo lavoro nell’esplorazione dei protagonisti, delle loro sofferenze e dei loro traumi (dal lutto di Wanda fino al disturbo dissociativo di Marc Spector, passando per il tragico passato di Bucky fino alla decostruzione di Loki), ma vorremmo vederle muoversi ancora di più in territori inesplorati, proponendo una formula differente dal passato.

C’è ancora una speranza?

Nonostante il trailer recentemente rilasciato non si discosti con troppa forza da ciò che è uscito in precedenza, She-Hulk: Attorney At Law potrebbe raggiungere l’obbiettivo di lavorare con maggior fermezza sul genere che ha scelto (ovvero quello della legal comedy), soprattutto se si ripensa alla clip rilasciata diverso tempo fa, nella quale la protagonista si ritrova a replicare una scena chiave della serie TV L’Incredibile Hulk con protagonisti Bill Bixby e Lou Ferrigno, in quello che sembra essere un vero e proprio spezzone comico girato con lo stile della serie anni 70, con tanto di costumi di scena a tema e persino aspect-ratio in 4:3.  Inoltre, pare persino che, come nella storica run ad opera di John Byrne, la protagonista romperà la quarta parete, parlando con noi pubblico o con Kevin Feige in persona.

Abbiamo poi in arrivo Ms. Marvel, la quale sembra proprio che si calerà nella commedia adolescenziale a tutto tondo, ma queste informazioni possono darci speranza riguardo un possibile uso più consapevole del formato episodico? Si, ma non è detto che vengano ripagate.

Nonostante ciò, con l’avanzare del tempo è possibile che i Marvel Studios, così attenti al pubblico a cui si rivolgono, imparino qualcosa dalle critiche così puntualmente fornite alle serie che rilasciano, dandoci modo di godere di prodotti unici nei quali ci possiamo perdere, seguendo i nostri eroi e scoprendo di più su di loro di quanto ci possano raccontare i film.